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2019-08-05 11:02:22

Strano, per molti versi paradossale, il destino dei longobardi, l’antica gens Langobardorum che davvero troppo a lungo è stata definita, sulla scia dello storico romano del I secolo d.C. «i più feroci tra i barbari», mentre lo stesso Tacito ne sottolineava il carattere bellicoso.

Nella nostra tradizione nazionale, fino dal Risorgimento, varie generazioni di studenti hanno avuto presente l’episodio – centro di una delle non granché felici tragedie di Vittorio Alfieri - del truce re Alboino che costringe la consorte Rosmunda a bere nella coppa ricavata dal teschio del di lei padre, il gepida Cunimondo; ma, ricordando l’Adelchi di Alessandro Manzoni, si sono commosse sulla triste sorte di Ermengarda, nome puramente fantastico ed arbitrario attribuito da Alessandro Manzoni a una sorella del protagonista del suo dramma, ch’era andata sposa nientemeno che a Carlo re dei Franchi (il nostro celeberrimo Carlomagno) ma della quale non conosciamo peraltro con certezza il nome che, da altre fonti, risulterebbe essere stato Gerberga, o Bertrada, o perfino – secondo un equivoco patronimico – Desiderata. All’immagine dei longobardi invasori della penisola italica e suoi crudeli oppressori, salvo l’essersi progressivamente “cristianizzati”, “romanizzati”, e pertanto “civilizzati”, il Manzoni aggiunse la pennellata drammatica della povera Ermengarda che magari così non si chiamava ma che comunque, ripudiata dal suo regale consorte franco, avrebbe tristemente concluso la sua esistenza – lei, figlia di una razza di orgogliosi conquistatori – confusa quasi con il popolo dei vinti e dei prostrati, i “latini”, gli “italici”.

Ormai queste cognizioni, un tempo patrimonio comune di un paese nel quale quanti disponevano almeno di una cultura desunta dalle scuole medie interiori, non sono più condivise neppure da molti diplomati e laureati. Tuttavia, nel sempre più diffuso analfabetismo di ritorno della nostra diciamo così “società civile”, esse possono essere, per quanto sbiadite, ancora diffuse abbastanza da provocare un effetto sconvolgente in molti (compresi alcuni insegnanti di storia) ai quali capiterà di leggere o quanto meno di sfogliare questo Desiderio, la biografia che Stefano Gasparri dedica all’ultimo re dei longobardi e alle sue vicende. Può quindi darsi che questo libro venga considerato da qualche recensore di quelli à la mode come “espressione di controtendenza” o addirittura “revisionistico”.

Non è così. Stefano Gasparri, docente della “Ca’ Foscari” di Venezia, è senza dubbio uno dei nostri migliori e più autorevoli medievisti: ma è tutt’altro che incline a stupire o a scandalizzare chicchessia. È al contrario uno studioso attento e rigoroso, per nulla incline agli scoop e piuttosto restio a concedersi ai media. Il fatto è che, dedicandosi soprattutto alle ricerche relative ai longobardi – un campo che lo vede tra i massimi esperti a livello internazionale -, quindi a un argomento centrale nell’età che convenzionalmente definiamo “Alto Medioevo”, ha assistito (e ne è stato anche protagonista) a un importante mutamento di prospettiva che non è stato ancora del tutto metabolizzato al livello della cultura media e scolastica del nostro Paese (per non parlare della cosiddetta “divulgazione”), e sulla base del quale ormai si è restii ad accettare come eventi obiettivi quelle che un tempo si definivano “invasioni barbariche” (o “migrazioni di popoli”), mentre si è ormai da tempo cessato – e noti al riguardo sono gli studi di Patrick J. Geary – di ritenere che l’Alto Medioevo sia stato il “luogo” d’origine delle nazioni moderne e ch’esse si radichino nella realtà “identitaria” di popoli antichi radicati addirittura nella preistoria.

Il fatto che pregiudizi del genere siano oggi alla base di paraideologie politiche al momento diffuso può conferire agli studi seri di longobardistica contemporanea un carattere “eversivo” se non addirittura “revisionistico”. Ma non è così. Siamo, semplicemente, dinanzi al progresso della conoscenza scientifica che entra per colpe non sue in conflitto con pseudocognizioni alimentate dal conformismo e dall’ignoranza.


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