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2019-08-06 08:09:37

Come già accaduto in passato, le prove di valutazione scolastica Invalsi, e in particolare alcuni risultati giudicati allarmanti sulla capacità di comprensione dei testi da parte degli scolari italiani, hanno suscitato polemiche anche esterne all'ambito – quello appunto delle scuole e del dibattito tra insegnanti veri e veri linguisti – in cui sarebbe più urgente una riflessione su metodi e obiettivi didattici. Una studiosa di Civiltà bizantina, Silvia Ronchey, ha proposto su “Repubblica” una analisi dell'analfabetismo di ritorno della scuola italiana («perché siamo tornati analfabeti»: come se l'Italia uscisse da un glorioso passato recente) in cui si leggono una condanna e un'assoluzione.La condanna è rivolta a un àmbito politico ormai esangue – quello inarcato fra comunismo e cattolicesimo – reo di aver accreditato a partire dagli anni Settanta la visione di un'«educazione linguistica democratica» riassunta nella visione di Tullio De Mauro, defunto linguista e politico che Ronchey non nomina ma cita di fatto, richiamando una collana di testi divulgativi da lui concepita quarant'anni fa (i «Libri di base» degli Editori Riuniti): la proposta – in sé assai poco rivoluzionaria – di spiegare in modo semplice e accessibile i contenuti scientifici, sociali e geopolitici d'attualità sarebbe stata la porta d'accesso a una semplificazione eccessiva e depauperante della cultura e della stessa lingua italiana.L'assoluzione riguarda i nuovi mezzi di comunicazione tecnologica, spesso convocati per render ragion dell'evidente impoverimento di alcune pratiche di scrittura, di lettura e di comprensione odierne: «incolpare i new media non è solo pavido, è sbagliato» secondo la bizantinista, che presenta la «rivoluzione digitale» con l'enfasi trionfale a cui le pubblicità di telefonini e reti 5G ci hanno ormai abituato, salutando la sua potenziale capacità di dar vita a un «vero nuovo rinascimento» (beninteso, se a usare Google sono dei novelli umanisti: «ci vuole cultura anche per interrogare la rete»).Entrambi i verdetti sono evidentemente incongrui: il primo per apparente difetto d'informazione storica e culturale sul significato e sulla reale portata degli esperimenti di De Mauro, studioso e politico da cui si poteva (e si può) dissentire anche radicalmente in vari ambiti, ma che non ha molto senso ridurre retrospettivamente a un propugnatore dell'analfabetismo funzionale e della povertà di linguaggio, mali contro i quali egli spese la gran parte delle sue cospicue energie mentali di linguista ferrato.

Continuare ad addossare in blocco a entusiasmi, e anche eventualmente ad errori di molti decenni fa i malanni della scuola italiana odierna significa – ed ecco la debolezza del secondo verdetto – rischiar di perdere di vista i veri e concreti problemi attuali. Anche chi, in Europa e nel mondo, ha conosciuto percorsi sociali, politici e confessionali ben più felici di quelli italiani, deve fare i conti oggi con vantaggi e svantaggi di quella che si potrebbe smetter di chiamare «rivoluzione digitale», semplicemente per evitare che la riflessione su tecnologia e istruzione si trasformi in uno scontro fra argomenti massimalistici come quelli del «nuovo rinascimento» o, per scovare una formula di segno contrario, di «morte della scrittura». Sui verdetti di Repubblica hanno espresso le loro pesanti riserve linguisti esperti e attenti ai problemi della scuola, come Raffaele Simone, Michele Cortelazzo e Nicola Grandi, comprensibilmente insofferenti di fronte alla superficiale liquidazione demauriana, ma soprattutto di fronte al bando della competenza specifica (cioè nella fattispecie, linguistica) dal dibattito sulle dotazioni linguistiche degl'italiani. Le loro parole sono rimaste inascoltate (o meglio impubblicate, almeno da Repubblica), come spesso capita in un circo mediatico in cui i titoli a effetto valgono più delle sfumature, e le botte fanno più notizia delle risposte.Di questo passo, il dialogo (o non-dialogo) italiano sull'insegnamento linguistico rischia di avvitarsi in uno stallo culturale irreversibile: un salottiero battibecco tra consorterie consumato in assenza di un decoroso sfondo politico e civile, di un programma politico-culturale serio, di un'analisi scientifica accurata sui veri mali e sui possibili rimedi. Altro che nuovo rinascimento: combinando due note espressioni in una formula che agghiaccia, la strada è aperta verso l'analfabetismo di non ritorno.


ilsole24ore.com @sole24ore
della ritorno come politico anche veri delle degli nuovo rinascimento italiana sono


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