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2019-09-23 12:07:16

Roma. Beffarde come sfingi interrogano i visitatori come novelli Edipo attratti da figure inquietanti. Le sculture di Huma Bhabha sono erme giganti dalle fattezze di marziani, quasi manga giapponesi proiettati dall’antico al futuro, in una tensione sempre latente, talvolta opprimente, che si tinge d’improvviso di un’ironia salsa.

Ossimoriche fin dall’uso dei materiali che accosta traumatizzate pur senza traumi evidenti legno e creta, sughero e Styrofoam, bronzo e materiali di scarto. Scuri di nero fumo e improvvisamente macchiati di colore questi totem - che coniugano nei loro ghigni il potere misterico-ancestrale di colossi che ritrovi agli angoli più disparati, dalle sculture di Karnak ai lontanissimi Moai e financo ai nostrani Giganti di Monte Prama - evocano senza confini i Gandhara, irridono e sradicano, quasi profetizzano. La mostra The Company, che li allinea in una processione dalle “geometrie tebane” è in parte ispirata a “La Lotteria a Babilonia” (1941), un breve racconto di Jorge Luis Borges nel quale “una società immaginaria è sopraffatta dal sistema di una lotteria incombente che dispensa ricompense e punizioni. La lotteria è presumibilmente diretta dalla Compagnia, un segreto, forse inesistente organismo che decide i destini delle persone. La processione di sculture di Bhabha svela il potere di questa Compagnia misteriosa.

Questa comprende un paio di grandi mani disarticolate dal corpo che sembrano fluttuare su piedistalli trasparenti; una figura seduta; e numerose figure in piedi di diverse dimensioni”. E ancora, “i disegni su fotografia richiamano questi personaggi, che potrebbero provenire da un lontano regno futuristico così come da una civiltà perduta. Le figure in piedi sono intagliate in pile di sughero scuro, emanante un acre odore di terra, e dal suo opposto tecnico, lo Styrofoam. Questi materiali, dall'aspetto duro e compatto, come pietre erose e marmi appena estratti, sono in realtà leggeri e morbidi e permettono a Bhabha di scolpire in maniera rapida e spontanea senza rifiniture”. Sigaretta in mano, i capelli cortissimi, addossata al muro del palazzo neoclassico che ospita la mostra, Huma Bhabha guarda attenta alla scultura che per ultima viene scaricata da un camion al piano strada. La avvicino e con una cortesia antica risponde gentile su come “l’accostamento di materiali così eterogenei le consenta di conferire alle sue sculture il di più di espressività che gli echi del suo lavoro richiedono”. Le sue culture sono uno stream of consciousness in grado di fertilizzare allusioni sapienti, vivicare rifiuti urbani, mischiare e graffiare.

Da tempo l’artista - Huma Bhabha è nata nel 1962 a Karachi, Pakistan, vive e lavora a Poughkeepsie, New York: i suoi lavori sono inclusi nelle collezioni del Museum of Modern Art, New York; Metropolitan Museum of Art, New York; Whitney Museum of American Art, New York - sostiene che “il mondo sia un'apocalisse, creata sia dall'uomo che dalla natura: le sue sculture saccheggiate sembrano essere testimoni di una certa catastrofe alla quale sono riuscite a sopravvivere per raccontarne la storia”.

Ieratica come un faraone in trono, una delle sue sculture è seduta su una seggiola arrugginita che proviene da Karachi, la martoriata città natale di Bhabha. Lo Styrofoam bianco ne irride un arto, quasi ingessandolo mentre da un tubo-sfintere sono cascami d’argilla. Conflitti intestini e internazionali si confondono sulla matericità di questo “sovrano cyborg” devastato da una pioggia di proiettili. Alle pareti d’ingresso, figure “transumane” si appropriano degli sguardi mentre indistinte si stagliano fra penombre fotografiche infestate da incursioni di colore. Il gesto pittorico di Huma Bhabha non dà scampo e conquista potente con echi misterici che si tingono d’angoscia. Quelli di Bhabha sono gesti graffianti da paura su superfici rase di cicatrici. E questa sua prima mostra romana, parafrasando il titolo della sua scultura più rappresentativa, il totem Beyond The River (2019), ci conduce nell’al di là della sua arte.


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