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2019-09-27 13:12:23

“Et quid amabo nisi quod aenigma est?”. E’ insieme una dichiarazione di poetica e un motto perenne quello che dal 1911 segna esemplarmente il suo autoritratto Portrait de l’artiste par lui même. Perché di enigmi la pittura di Giorgio de Chirico , che non a caso si ritrae alla Nietzsche, è densamente pregnata; esibiti o celati con pennello sapiente in gioco di rimandi e di mise en abyme che sono veri e propri rompicapo, gli enigmi sono una costante. Pictor non per nulla dal gusto innato per la metonimia e financo per le sciarade è stato l’optimus, mai didadscalico e sicuramente “Visionario”.

“Cè sempre una mano mal dipinta, un pesce di troppo, un cielo feroce, la nostalgia metafisica” descrive orgogliosamente enfatico Luca Massimo Barbero che al Palazzo Reale di Milano ha curato l’antologica, e finalmente che antologica, senza accostamenti inadeguati e forte di 100, dicasi 100 capolavori, provenienti dalle collezioni più blasonate di New York (Ariadne, 1913,The Metropolitan Museum of Art), San Paolo del Brasile (L’enigma di una giornata, 1914, Mac Usp Collection), Londra (L’incertezza del poeta, 1913, Tate Modern), Roma (Autoritratto nudo, 1943 e Le muse inquietanti, 1925 dallaGalleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea), Parigi (Melancolie hermétique, 1918-19, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris) e Milano (Il figliol prodigo, 1922, e Combattimento, 1928-29 dalMuseo del Novecento) .

Una stimmung quella di De Chirico, uno stato d’animo in perenne inquietudine che lo porteranno con Picasso a rivoluzionare l’arte del ’900, intaccandone le forme dall’esterno l’uno (che pure resta ancorato alla realtà) e dal di dentro l’altro, che invece predilige la visione, il mistero e l’inganno. Perché tali, enigmatiche e inquietanti, sono perfino le sue vedute architettonicamente perfette, ciononostante come sospese in un castone, claustrofobiche nel loro essere ferraramente adamantine. Scriverà Francesco Angeli nel catalogo della biennale del 1948 “...il più radicale mutamento di rotta del gusto europeo dall’impressionismo in poi”.

De Chirico, una mostra imperdibile al Palazzo Reale di Milano

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E dunque questa mostra travalica l’associazione più immediata de Chirico-metafisica per arrivare a “una nuova lettura che apre il campo anche alla sontuosità pittorica degli anni venti e trenta, all’ironia neobarocca e infine alla straordinaria operazione concettuale delle repliche dei dipinti degli anni ferraresi, in un meccanismo di rivisitazione della metafisica”. Perché l’autoironia del pittore,che si ritrae nudo o in vesti di torero, come la penna acuminata e velenosa del comunicatore eccelso e provocatore dotto, o anche l’intellettuale impregnato di filosofia tedesca e l’appassionato cultore della classicità segnano il suo passo non meno della sua eccelsa abilità pittorica o del suo segno sicuro che guarda a Piero della Francesca e alla lezione dell’Alberti, si appropria degli insegnamenti di Böcklin e si invaghisce degli “arpeggi” cromatici di Cosmé Tura. Un roman à clef la sua vita d’artista che inevitabilmente si condensa nel suo tratto impregnato di ironia sapiente e di una malinconia che ne è cifra primaria fin dallo scandagliare echi lontani, ricordi fanciulleschi, miti classici e desolate ossessioni moderne. Il cinema, non di meno, con le sue donne che vivono hitchcockianamente due volte: Bagnanti sopra una spiaggia, 1934, Roma,Collezione Valsecchi, e Bagnanti (con drappo rosso nel paesaggio), 1945, Roma,Fondazione Giorgio e Isa de Chirico.

Un’ultima nota sull’allestimento (bentornati la luce e il bianco di Giovanni Maria Filindeu) e il catalogo (da manuale, di Marsilio/Electa)


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