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2019-10-07 11:32:05

I premi sono ben fatti e ben organizzati quando li vinci. Quando non li vinci sono mal fatti, male organizzati, inutili, insopportabili, tanto che il perdente li maledice, mai più parteciperò, vincono sempre i peggiori; e poiché sono più numerosi quelli che non vincono, di fatto la funzione dei premi è deprimere, mettere addosso il cattivo umore, il disgusto, disincentivare dalle belle lettere; e contestualmente illudere i pochi vincenti, come se una giuria rappresentasse i millenni a venire, mentre invece, specie se è una giuria popolare, rappresenta il caso, il puro e semplice caso, se sono cinquanta i giurati, è il caso che li ha scelti e messi insieme, siano essi designati o autoproposti. Tanto valeva tirare a sorte il vincitore.

C’è stata un’epoca in cui vincevo continuamente dei premi specie nel sud d’Italia, ho vinto a Palmi in Calabria, a Cosenza, a Catania, a Roma, a Barletta, in Lucania, a Bari, e in altri posti minori che non ricordo. Mi sono convinto a posteriori che mi appoggiava la ’ndrangheta; frequentavo a quei tempi dei calabresi, e il modo di reclutarti è incominciare a farti dei favori. Non so come pensavano di usarmi e perché la ’ndrangheta si interessava alla letteratura. Penso che la nobile arte della letteratura, così povera e inerme, dovesse nascondere traffici che neppure immagino, non dico armi e droga, non ho mai riscontrato morti ammazzati attorno a me o in parallelo ai premi o segnali come teste di pecora mozzate o resti di incaprettati; tenevano un profilo più basso; ma ad esempio non ho mai vinto a Napoli, dove invece domina la camorra che mi era ostile, per il fatto che mi ritenevano affiliato o comunque simpatizzante della ’ndrangheta. Anche se tuttora dico che è strano l’uso di scrittori e simili; ad esempio l’uso anche di sant’uomini nel campo della delinquenza organizzata; ed erano strani i riti.

A Bari in quegli anni ho vinto il premio per la letteratura, e nella stessa occasione (essendo un premio aperto a diverse specialità) il vescovo di Bari lo ha vinto per la religione; se non era la religione era la fede, mi sembra di ricordare che il suo premio fosse per la fede. Il vescovo era seduto accanto a me, mi ha fatto un cenno di saluto, in quanto transitori colleghi, poi si è reimmerso nella sua fede, tanto che come premio mi è sembrato giusto. C’era una valletta in minigonna, molto adusa e loquace, che presentava; ha detto che c’erano stati vari candidati al premio per la fede, e in effetti nelle file dietro a noi, sparsi tra il pubblico, c’erano alcune facce consunte che di tanto in tanto levavano gli occhi al cielo, però si vede che la fede del vescovo era stata giudicata più intensa, c'era una giuria popolare, cioè di affiliati, non so la fede come si misura, la valletta presentando il vescovo ha detto che non si misura sulla base degli occhi levati o di altri segni esteriori come la magrezza o la carenza mentale; intanto il vescovo diceva sì con la testa, approvava. Quando gli hanno passato il microfono ha detto: «Sì, vi ringrazio, ho molto sofferto, ma non ho mai perso la fede». C’è stato l’applauso; credo ci fosse la televisione che riprendeva.

Mi è piaciuto moltissimo il suo discorso, anche se è stato breve, perché non ha detto altro. E anch’io, quando mi hanno chiamato sul palco, ho detto che avevo molto sofferto, e anche qui c’è stato l’applauso, in genere la sofferenza è molto applaudita, e da allora mi sono abituato a citarla durante le premiazioni; in genere dico che è tutto il pomeriggio che soffro, o tutta la settimana, e che uno scrittore soffre più della media statistica della popolazione; e chi voglia diventare scrittore deve iniziare con il soffrire, anche piccole cose, un dito schiacciato in un cassetto, un livido in fronte per colpa di un palo, o per uno spigolo sporgente; però non basta, uno scrittore che si rispetti deve andare in giro, negli angiporti, affrontare degli energumeni, e venire via tutto ammaccato, gli energumeni che l’hanno ammaccato non sanno di avere contribuito alla letteratura; uno scrittore prende ispirazione anche da un tamponamento stradale, pur che resti leso e debba girare con il collarino, ogni sfortuna per uno scrittore è una fortuna; non che se l’àuguri, questo no, non conviene farlo, perché la sofferenza deve essere soprattutto interiore; se in un angiporto l’hanno picchiato, non sono tanto le escoriazioni, le contusioni, un occhio gonfio, un orecchio strappato… è il trauma morale, lui è andato lì nell’angiporto per conoscere la vita reale, la degenerazione della società, la forza bruta; si è messo a guardare degli scaricatori, che gli hanno chiesto cosa voleva, cos’aveva da guardarli con quella faccia di merda che si ritrovava, che girasse al largo!

Lo scrittore sentiva che questa era vita, il popolo che si manifestava, e oltre che guardare prendeva appunti: «mi hanno detto faccia di merda»; era tutto contento, e così uno di quelli gli è andato sotto, gli ha rotto la biro, gliel’ha fatta mangiare, lui protestava, che non era mangiabile, però debolmente, qualche schiaffo, così, per divertimento, gli scaricatori quando bevono si divertono col primo venuto, l’hanno tirato per un orecchio, lo scrittore gridava, diceva: «no no, cosa vi ho fatto?». Ma sapeva che era sulla via giusta per la letteratura e le arti; e in seguito l’ha insegnato ai corsi di scrittura creativa, faceva vedere l’orecchio floscio e snervato, l’umiliazione, le angherie patite: «prendete esempio!» diceva agli allievi; e i più bravi, i più intuitivi erano già là che inciampavano nel marciapiede e finivano sotto una macchina, tutto per scriverlo.


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